In questi ultimi
anni, secondo un inveterato costume del giornalismo
e dell'accademia del nostro paese, si sono versati
fiumi di inchiostro per sottolineare e ribadire ad
ogni inizio di anno scolastico, a ogni sciopero degli
insegnanti, a ogni riforma o parodia di riforma, la
profonda crisi di identità che traversa la
scuola italiana. Riprendendo mutatis mutandis l'incipit
di Timore e tremore di S. Kirkegaard, potremmo dire
che ogni opinionista, ogni intellettuale o sedicente
tale che possa vantare un qualche indice di ascolto
sui canali massmediatici si sia sentito in dovere
di esprimere la sua "motivata" opinione
al riguardo.
Ministri ciarlieri
o loro grigie controfigure hanno affidato a stuoli
di "esperti" l'incarico di accreditare presso
l'opinione pubblica l'immagine di una scuola moribonda
da rifondare con dosi massicce di nuove competenze,
di efficienza, di produttività, di "adeguamento
ai livelli europei". Moderni Bouvard e Pécuchet
di Tor Vergata hanno scambiato il loro comico furore
nel produrre schemi, standard, modelli completamente
autoreferenziali per un'importante, decisiva operazione
politico-culturale.
La montagna ha
così partorito il topolino e l'unica idea che
emerge, oggi, dallo sfondo di questa riforma è
la semplicistica, perfino banale opposizione tra vecchio
e nuovo, dove "nuovo" sta per quel vecchissimo
assunto dell'ideologia liberista secondo il quale
le motivazioni del comportamento umano sono essenzialmente
economiche e si iscrivono, tutte, nel rigido e ripetitivo
orizzonte di un individualismo atomizzato e egoistico.
Curricula,
funzioni-obiettivo, crediti e debiti formativi, acquisizioni
di abilità, spendibili sul mercato del lavoro:
un linguaggio aziendalistico, che ha la arroganza
di ridurre la vita e la cultura alla logica amministrativa
della partita doppia.
In un gioco iperbolico
di maschere che intreccia una raffinata abilità
manipolatoria con un desolante vuoto di idee e contenuti,
si consuma una tristissima esperienza di desiginificazione
del lavoro scolastico all'insegna di una crescente
semplificazione, banalizzazione e dispersione dei
contenuti disciplinari, di avvelenati rapporti di
potere tra i docenti, di una deliberata mortificazione
delle loro competenze culturali, sostituite da una
delirante richiesta di produzione cartacea. Chiusa
in questa trappola, la scuola agonizza davvero, brutalmente
stretta nella morsa di poteri, tanto forti quanto
sottilmente pervasivi nella capacità di orientare
l'opinione pubblica, che si ispirano, ormai senza
distinzione, a una illusionistica cultura dell'efficienza
priva di ogni capacità di autocritica, di autoironia,
di un senso del limite: una "cultura" che
non lascia più spazio alla leggerezza dell'intelligenza
e al gioco dialettico dell'utopia e disincanto come
garanzia etica del proprio valore e significato.
Non c'è, dunque,
nessuna via d'uscita da questo lento morire nella
falsa alternativa tra "l'idealizzazione rassicurante
del vecchio e l'adesione a un moderno efficientismo
che spesso si rivela modernamente inefficace"?
E' questa la domanda che emerge, fresca di ironia
e lucida amarezza, dalle pagine di un libriccino di
Carlo Savelli: Quer pasticciaccio brutto di via
della Colonna - ovvero giallo al Miche (Firenze,
Falciani libri, 2000). Prendendo spunto, in un ipotetico
anno 2003, da un duplice omicidio che "getta
un'ombra sinistra sulle aule di un prestigioso liceo
fiorentino" e dalla successiva inchiesta condotta
dal giovane commissario incaricato delle indagini,
il lettore viene catapultato, con un effetto di immediato
e radicale spaesamento, in una realtà che abbina
i tratti di un grottesco delirante alla gelida ineluttabilità
di un meccanismo senza via d'uscita.
Paradossalmente isolato
ed estraneo alla complessità della vita quotidiana,
estraneo anche alle sue stesse finalità formative,
il mondo della scuola sembra girare a vuoto secondo
una logica del tutto autoreferenziale e aberrante,
scandita da un numero crescente di impegni burocratici
fini a se stessi, dalla verbosità inconcludente
delle riunioni degli organi collegiali, dalla costante
formulazione di propositi inevasi. Una logica che,
mentre presiede al proliferare di commissioni e di
funzioni organizzative, annichilisce, fino a farla
scomparire, ogni forma di insegnamento interdisciplinare.
In un crescendo di immagine
comiche e amare al tempo stesso, l'autore ci conduce
nelle viscere malate di un organismo in cui i veleni
della competitività, del mercato, della presunta
efficienza, hanno compiuto la loro opera devastatrice,
alimentando frustrazioni, odi e rivalità, che
sembrano essere all'origine del duplice omicidio:
il tutto sotto sotto lo sguardo sorridente e rassicurante
del presidente Berlusconi, che campeggia sull'inevitabile
azzurro degli schermi televisivi disseminati in ogni
angolo dell'edificio scolastico. Ma quando si scopre
che, in realtà, non si è trattato di
un duplice omicidio, bensì di un banalissimo,
benché fatale, duplice incidente la storia
rivela, al di là del tono parodistico della
scrittura e delle sue estremizzazioni fantastiche,
il proprio intimo senso di verità: "Che
delusione in fondo a una soluzione così banale...
A essere sinceri, ci eravamo un po' illusi di essere
in un romanzo di Chandler, o Rex Stout, o Simenon,
o Vazquez Montalban. Ma è anche vero che ogni
storia ha il finale che si merita". Un esito
della storia adeguato alla banalità del suo
contenuto: una pasticciata, ideologica riforma della
scuola che mostra qui tutta la sua miseria e si fa
cifra ermeneutica della contemporaneità. Parabola
di quest'ultima, le poche, preziose pagine di Carlo
Savelli sono un libro sulla smascheramento, un The
Truman Show della scuola che, partendo dall'esperienza
vissuta di un insegnate sensibile e intelligente,
con gesto "scettico", restituisce l'ambigua
contraddittorietà del reale in luogo della
sua immagine manipolata: una rara perla di verità,
in cui la finzione letteraria si rovescia nella verità
negata, sgretolando le rassicuranti e interessate
certezze dell'ideologia.
Questo testo, di cui caldeggiamo
vivamente la lettura, diventa così esemplare
del modo in cui dovrebbe essere affrontato, e non
lo è, il nodo della riforma all'interno del
più complesso nodo della contemporaneità
e della sua cultura. Invischiati nelle sottili trame
della seduzione tecnologica ed efficientistica, nei
suoi schemi operativi, nei suoi standard, modelli,
codici, rischiamo ad ogni istante di perdere il contatto
con l'ambigua contraddittorietà dell'esperienza
che, sola, è in grado di restituirci, insieme
ai suoi molteplici significati, l'immagine complessa,
non univoca, non riduttiva della realtà. E
questo tanto nella scuola quanto fuori di essa.
Il gesto scettico dello
smascheramento delle false certezze diventa, allora,
il gesto culturale per eccellenza, che si delinea
sullo sfondo di un dramma teoretico, in cui una disincantata
ironia e autoironia può costituire l'antidoto
appropriato ai dogmi scientifico-tecnologici dell'ideologia
neoliberista, che si propone ormai come la Teologia
della contemporaneità. Come direbbe Pessoa:
"Ho mal di testa e di universo". Con meno
di questo non sarà mai possibile una riforma
che non sia una parodia di se stessa.
Lo spaesamento, il senso
di vuoto e di insignificanza, la delusione e l'amarezza
per un ruolo tanto importante quanto socialmente disconosciuto,
che caratterizza il vissuto di chi opera nella scuola,
trovano in questo dramma irrisolto la loro autentica
giustificazione negata e sostituita da una facile
quanto gratuita accusa di inefficienza e disimpegno.
Se la scuola italiana merita di avere un futuro, lo
merita e lo potrà avere solo in virtù
di un gesto libero, lucido, autocritico e trasgressivo
dei suoi operatori, un gesto come quello di Carlo
Savelli.
STEFANO BRACCINI